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Sala Nathan
Magazzino 26
Porto Vecchio, Trieste
Inaugurazione: 22 maggio ore 18:00 alla presenza dell'artista
Orari di apertura
giovedì 16-20
enerdì, sabato, domenica e festivi 11-20
ingresso libero
Catalogo disponibile online: GEORGE TATGE | IL COLORE DEL CASO a cura di Carlo Sisi, edito da Giunti Editore
Il Colore del Caso: il viaggio metafisico del fotografo George Tatge approda a Trieste, dove la conversione al colore ebbe inizio. Dal 23 maggio al 12 luglio 2026, la Sala Nathan del Magazzino 26 di Porto Vecchio a Trieste ospita l’inedito percorso cromatico del maestro dell’obiettivo.
L’esposizione ad ingresso gratuito, un evento espositivo di straordinaria intensità poetica curata da Carlo Sisi, è promossa dall'Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo del Comune di Trieste e organizzata dalla casa editrice Magonza specializzata in arte e fotografia contemporanea che affianca all’attività editoriale progetti espositivi di ricerca in Italia e all’estero e collabora con gli artisti nella produzione di grafica d’arte e multipli.
Attraverso oltre 60 opere di grande formato l’artista — già celebre per i suoi bianchi e neri graficamente possenti — svela nella Sala Nathan del Magazzino 26 la sua conversione al colore, un viaggio interiore iniziato proprio tra le strade di questa città. La mostra è il frutto dell’incontro avventuroso di un viaggiatore errante, mai sazio, dotato del suo inseparabile banco ottico Deardorff 13×18 cm, con gli elementi naturali, antropici o antropizzati, che non sono cercati, ma sono piuttosto trovati, accolti e quindi ritratti dallo sguardo dell’autore, attento, profondo e meditativo.
«A meno che non abbia una committenza specifica – racconta George Tatge – preferisco vagare senza un progetto prefigurato in testa. Trovo che in questo modo la mia mente sarà più aperta alle sollecitudini, alle sorprese, a quelle inaspettate epifanie. L’Italia è un paese così imprevedibile, con delle stratificazioni di storia sorprendenti ma anche piena di cose quasi banali che possono essere fonti di meraviglia. Confesso che è un modo faticosissimo di lavorare e non lo suggerirei a nessuno. Camminare per tante ore e sentirmi in ogni momento in gioco, misurandomi con il mondo, testando le mie capacità di vedere e di capire, sfidando il Caso. Sì, proprio il Caso. Siamo tutti frutti del Caso, dal momento in cui si combinano i nostri cromosomi. Il Caso è uno degli aspetti più originali e unici della fotografia e quindi è giusto giocarci. Mi ritrovo perfettamente in una dichiarazione di un pittore che ammiro moltissimo, Gerhard Richter: “Non seguo alcuni obiettivi, nessun sistema, nessuna tendenza. Non ho un programma, né uno stile, né una direzione. Mi piace l’indefinito, la sconfinatezza. Mi piace l’incertezza continua”».
Il percorso espositivo nella Sala Nathan del Magazzino 26 si snoda attraverso un’architettura narrativa sapientemente suddivisa in sei tappe tematiche che guidano l'occhio del visitatore in una progressione emotiva e visiva. Ad accogliere il pubblico prima l’abbraccio di Trieste, seguito da una selezione di “Recinti" che si focalizza sul rigore della forma, e poi "Apparizioni", istanti in cui luoghi comuni manifestano presenze illogiche e ironiche. Segue la sezione "Superfici", un'esplorazione tattile e lenta della luce, della consistenza e della materia, dove il dettaglio diventa un universo da decifrare, seguita da "Vegetazione", che segna un momento di riflessione critica: il caos naturale denuncia l'impatto drammatico dell'uomo sull'ambiente. Il percorso si conclude con le sezioni "Metaspazi", dove la poetica metafisica di Tatge si riveste di nuove tonalità senza perdere il rigore compositivo, in cui si alternano visioni di Livorno, Torino e Trieste che colpiscono per le loro ardite prospettive urbane, e "Colore" inteso come materia viva, incarnata in cumuli di tessuti industriali dalle forme vitali e sospese.
A suggellare l’esperienza della mostra è la proiezione del documentario "Light & Color" per la regia di David Battistella. Girato tra Livorno e la Toscana, il film di 28 minuti è un atto di generosità: Tatge permette alla macchina da presa di seguirlo nei suoi rituali silenziosi intorno al cavalletto del banco ottico Deardorff, svelando i meccanismi intimi di un’esplorazione cromatica rivelatrice. È un omaggio alla lentezza e alla precisione in un’epoca di immagini digitali effimere.
Il passaggio al colore, avvenuto dopo trentacinque anni di bianco e nero, rappresenta una "nuova strada" ispirata da una mostra di Odilon Redon a Parigi e incoraggiata dal desiderio di non distrarsi più dai significati, ma di lasciare che il colore stesso riveli i suoi segreti nascosti.
«Fino al 2012 – spiega l'artista – ho lavorato esclusivamente col bianco e nero. Trasformare il mondo in combinazioni di bianco e nero è già una metafora. È una sorta di trascendenza del reale in cui gli infiniti toni di grigio ci costringono a prestare più attenzione alle forme e ai significati dei segni più che a ciò che è raffigurato. È stato di nuovo il Caso a farmi cambiare radicalmente strada. Nel 2011, insieme a mia madre, alla mostra di Odilon Redon al Grand Palais, siamo rimasti perplessi dopo aver visto le tante sale dedicate ai suoi “Noirs”. Solo nelle ultime quattro sale abbiamo trovato i colori stupendi dei suoi dipinti così onirici. Motivo: non ha praticamente toccato il colore fino a giungere a quasi 60 anni! E così, mi sono imposto di tentare questa “nuova” strada. E il viaggio mi sta divertendo non poco. È un modo totalmente diverso di guardare il reale, dove ora è soprattutto il colore ad attirare il mio sguardo e a rivelare i suoi segreti nascosti».
Particolarmente significativo è il legame dell'artista con Trieste. È proprio qui che Tatge ha realizzato le sue prime fotografie a colori, colpito dalla metafisicità di Via Maestri del Lavoro o dalle trame rugginose delle finestre del Museo Revoltella progettate da Carlo Scarpa.
«Ero stato invitato a Trieste dall'elegante editore Simone Volpato a partecipare a un libro d'artista su Scipio Slataper. Così ho iniziato a vagare per queste strade stupende. L'albero della principessa, nome scientifico paulownia tomentosa, l'ho trovato in fondo a un vicolo, non mi ricordo dove. E poi la finestra del Museo Revoltella. Non sapevo che fosse stata disegnata da Carlo Scarpa! Ma ogni pannello sembrava un'opera d'arte astratta. In entrambi i casi erano i colori a colpirmi: quelli delicati dell'albero e le variazioni del colore ruggine della finestra. Via Maestri del Lavoro mi colpì per la sua metafisicità. Il palazzo in primo piano, con la vite rossa che sta coprendo la struttura proiettata verso i palazzi moderni, sembra quasi minacciarli che arriverà anche da loro, prima o poi! In mostra ci sono molte immagini in cui la natura si impossessa dell'opera dell'uomo».
Trieste, città che lo ha già insignito del Premio Friuli Venezia Giulia per la Fotografia nel 2010, diventa così il palcoscenico ideale per questa rassegna che, come sottolinea il curatore Carlo Sisi, trasforma la fotografia da semplice documento a pura metafora poetica, capace di dare dignità e maestà anche al più semplice oggetto disseminato nel paesaggio urbano.
«Trieste – conclude George Tatge – è stata anche il primo luogo che ho fotografato nel 1988, appena diventato Direttore della Fotografia alla Fratelli Alinari di Firenze. Trieste, nuovissima città antica, dove ho lavorato sul rione di Città Vecchia. Nel 2009 ho esposto la mostra Presenze, paesaggi italiani al Palazzo Gopcevich. Sono tante, quindi, le esperienze e i ricordi che mi legano a questa città. Per non dimenticare Italo Svevo, uno dei miei autori preferiti!».
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